domenica, giugno 24, 2007

Le radici della guerra al padre.

Parte da don Milani il tour ecumenico di Walter

Barbiana, il borgo fiorentino in cui don Milani fondò la scuola-icona del Sessantotto. Per diventare leader del centrosinistra, Veltroni sa che deve mettere insieme comunisti e cattolici. Don Milani, o meglio l’immagine che è passata di lui, incarna tutto questo: il Pci (scriveva su Rinascita), i movimenti extraparlamentari (era suo lo slogan «l’obbedienza non è più una virtù», parola d’ordine della rivolta contro ogni autorità) e la Chiesa (contestatore quanto si vuole, don Milani era un uomo di grandissima fede).

Fu il simbolo dei preti-contestatori: ma in quegli anni turbolenti del post-Concilio, quando tanti sacerdoti si misero i jeans, egli non volle mai rinunciare alla talare lunga. E poi, tanto per dirne un’altra. Sempre ieri il presidente della Fondazione don Milani, Michele Gesualdi, ha chiesto al Papa la riabilitazione del fondatore. Il Vaticano lo aveva censurato per un suo libro del 1958 che s’intitolava Esperienze pastorali.

Eppure anche Angelo Roncalli - allora ancora patriarca di Venezia, ma destinato a diventare pochi mesi dopo quel «papa buono» così gradito ai veltroniani - così scrisse riguardo a Esperienze pastorali: «L’autore del libro deve essere un pazzo scappato dal manicomio».

Eppure fu proprio Pasolini uno dei primi a bocciare l’esperienza della scuola di Barbiana, contestando duramente i suoi animatori: «La vostra posizione è più simile al maoismo che alla nuova sinistra americana... più simile alle posizioni delle Guardie Rosse».

Ma per Veltroni far andare d’accordo don Milani con Pasolini è un gioco da ragazzi. A Roma ha messo insieme il membro dell’Opus Dei Alberto Michelini con il leader dei centri sociali Nunzio D’Erme. Ha convinto cinque consiglieri (su sette) di Forza Italia a passare con lui. Tifa per la Juventus ma anche per la Roma. Veltroni è tutto, «è madre Teresa di Calcutta e Fidel Castro, è Sofri e Calabresi, Kennedy e Nixon, cura e malattia».

Corteo inneggia ai terroristi, Amato non sente
Hanno manifestato a Padova inneggiando alle Brigate rosse. I centri sociali sono scesi in piazza, è la seconda volta in un mese, per chiedere la liberazione dei «compagni» detenuti in carcere. La sinistra tace, mentre il centrodestra denuncia: «È intollerabile la difesa del terrorismo».

Tumulti di Genova, depistaggi delle inchieste
I pubblici ministeri esibiscono alcuni filmati, in realtà poco visibili per l’oscurità per sostenere
che non sarebbe esistito alcun lancio di oggetti che secondo gli agenti sarebbe avvenuto dalle finestre della scuola Diaz durante il blitz. Viene nominato consulente «video» tal Piergiorgio Paganini al quale si chiede di rendere visibile il girato. Il 4 aprile del 2002 Paganini a verbale dichiara con assoluta certezza che «gli agenti vengono colpiti da oggetti provenienti dall’alto». Sarà un caso, ma di Paganini non si saprà più nulla: non verrà chiamato a testimoniare in aula nè, stando alla nota-spese esibita dall’autorità giudiziaria, verrà pagato per il disturbo.

I verbali dei poliziotti della Diaz parlano di oggetti contundenti che piovevano dalle finestre. I numerosi ferma-immagine sugli uomini in divisa antisommossa dimostrano come a un certo punto, all’unisono, tutti alzano gli scudi per proteggersi. Tra gli oggetti sequestrati in cortile figurerà anche una «mazza spaccapietre».

La procura è convinta che Nucera, il taglio sulla divisa, se lo sia inferto da solo o perchè istigato da un superiore. Il Ris conferma tale tesi, ma non convince. A smentire la scientifica dei carabinieri è la superperizia del Tribunale che conferma la compatibilità tra il taglio e quanto dichiarato da Nucera. Sintomatica la conclusione del perito Carlo Torre che, rifacendosi alla consulenza del Ris, osserva: «È insensato tentare di riprodurre un evento dinamico descritto dall’agente Nucera utilizzando a freddo controfigure statiche. Se non si trattasse di documento che può assumere valenza in un processo penale, ci si sentirebbe autorizzati a coglierne qualche comicità».

Parliamo del video 199 in cui Spartaco Mortola, l’allora dirigente della Digos di Genova, parla al cellulare con il magistrato di turno, Francesco Pinto, a cui riferisce in diretta dell’accoltellamento di Nucera. Telefonata centrale nel processo, perché smentisce anche la tesi secondo cui la magistratura venne tenuta all’oscuro di quanto stava accadendo alla Diaz.

Dal video si sente distintamente Mortola che si rivolge a Canterini nel mentre ha al telefono il pm: «Scusa Canterini, c’è un agente dei nostri ferito con una coltellata?». Dal video si vede Canterini far «sì» con la testa. A quel punto, Mortola, dice al telefono al pm: «Ci hanno provato».

Nonostante la voce sia percepibile dal video, il Ris - incaricato dal pm di estrarre il materiale sonoro - fa stranamente ricorso a un audioleso, che non percepisce la frase in realtà ben percepibile.

A dibattimento avviato il Ris deposita un’ulteriore consulenza finalizzata alla «ottimizzazione e ripulitura» dei filmati dove, stranamente, la telefonata tra il poliziotto e il magistrato viene completamente tagliata.

Il motivo non si conosce e assolutamente non si può far risalire alla versione data dal pm Pinto che ha sempre sostenuto di aver ricevuto «una o al massimo due telefonate» di brevissima durata. I pm hanno chiesto conto a Mortola delle mancate comunicazioni alla procura ma la risposta del funzionario ha lasciato interdetti i presenti: «Guardate che io ne ho fatte una marea di telefonate».

La difesa, e non l’accusa, ha chiesto e ottenuto l'acquisizione dei tabulati del pm Pinto che comprovano un traffico intenso di telefonate tra lo stesso magistrato e il poliziotto: venticinque minuti in appena due ore. Anche il vice di Mortola, Alessandro Perugini, contatta ripetutamente Pinto: gli fa sei telefonate, una addirittura dura quasi dieci minuti.

Dire che la magistratura non sapesse niente della Diaz, è alquanto riduttivo se si pensa che anche prima del blitz venne preallertato telefonicamente anche il pm Anna Canepa.

Altro capitolo mai sviluppato è quello della scuola Pascoli, sede dei «buoni» del Genoa Social Forum, di fronte alla Diaz. Dalle foto allegate alla consulenza del Ris di Genova si scoprono mazze e bastoni (foto 249), maschere nere (foto 96), stanza piena di vestiti neri e caschi (foto 90), carrello con bottiglie vuote e una piena di petrolio (foto 86-87) catene (foto 29) e persino un candelotto lacrimogeno non in uso alla polizia, di marca Grenade Mp7 commando.

Un po' troppo per un luogo immacolato, dove si accedeva solo con apposito passi, frequentato da Casarini, Agnoletto e parlamentari di sinistra e che aveva tra i suoi ospiti Anna Curcio, attualmente imputata per associazione sovvervisa a Cosenza, processo dove sono confluite le telefonate dei black bloc di Genova che frequentavano la Pascoli, ma anche la Diaz dove di mazze ne sono state rinvenute tante.

I pm hanno sempre sostenuto che la polizia le avesse prelevate da un cantiere edile lì vicino. Sicuri di tale tesi hanno convocato in aula il titolare della ditta Tecnoconsul, Sergio Gaburri, e il suo capocantiere Luigi Del Papa. All'esibizione delle foto del materiale sequestrato alla Diaz, i due hanno escluso categoricamente che si trattasse di materiale proveniente dal loro deposito di attrezzi da lavoro.

Le indagini sulla Pascoli non ci sono mai state, l’unico procedimento aperto vede imputati due funzionari di polizia, prima accusati di furto, poi di «peculato omissivo» per la scomparsa di due hard disk dai computer degli avvocati del Genoa Social Forum. Scomparsa addebitata a due improvvisati hacker con la divisa che, senza essere visti da nessuno dei tanti testimoni presenti, avrebbero provveduto a smontare i computer per catturare i segreti del Gsf.

A seguito di questa rarissima contestazione i due funzionari si sono visti recapitare dal ministero dell’Interno un provvedimento (obbligatorio per questo tipo di reato) che in attesa di un verdetto intanto stronca a entrambi la carriera.


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Caro Napolitano, finiamola qui, perche' di riffa o di raffa, ovunque si guardi LA CREDIBILITA' DELLO STATO E' RIDOTTA A ZERO. ANZI SIAMO ALLO ZERO ASSOLUTO.

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