domenica, novembre 11, 2007

Contro la violenza di uno stato totalitario

l'on. Silvana Mura (Italia dei Valori) con la scusa di migliorare le
leggi sulla violenza sulle donne ha fatto una proposta di legge che di
fatto pone la "presunzione di colpevolezza" per ogni uomo italiano,
una sorta di regime inquisitorio dove qualunque donna può denunciare
senza prove qualunque uomo ottenendo una condanna senza che ci sia
contraddittorio e difesa!

http://italiadeivalori.antoniodipietro.com/articoli/sicurezza/contro_la_violenza_sessuale_e.php#comments

Invece di fare leggi da regime stalinista, che favoriscono la delazione, la persecuzione e il ricatto invertendo l'onere della prova - in due parole, anticostituzionali e stataliste-totalitarie - fate funzionare la giustizia garantendo la certezza del diritto e della pena. A chi serve una legge di questo tipo? Agli avvocati. Come se non ci fossero abbastanza denunce infondate, per non dire false, al solo scopo di violentare tramite la mano dello stato. Mobbing e altre forme di intimidazione e persecuzione si fondano proprio su leggi come questa. Se la giustizia si fonda sulle dichiarazioni e non sulle prove, non e' piu' giustizia ma persecuzione. Lo sapete che con le false denuncie si molesta? Gia' non bastano le leggi razziali che ci sono? Con la diffamazione si distrugge psicologicamente, si macchia per sempre la dignita' della persona. Questo non e' tollerabile. L'approvazione di una legge siffatta scatenerabbe la guerra civile.

Per il principio di legittima difesa e secondo la dichiarazione dei diritti dell'uomo, una legge siffatta autorizza chi viene ingiustamente denunciato a difendersi direttamente e il popolo a rovesciare un regime che ricalca il peggiore leninismo-stalinismo.

Piuttosto portatevi a casa la salma di Lenin, se vi fa tanto piacere. Ma rispettate la costituzione.

Circa la "presunzione di colpevolezza" sono inquietanti le analogie con altri regimi, come ci spiega Paolo DEOTTO:

"È vero che l'ebreo è un essere umano, ma anche la pulce è un essere vivente, per nulla gradevole... il nostro dovere verso noi stessi e verso la nostra coscienza sta nel renderla inoffensiva. Lo stesso vale per gli ebrei". Potrebbe essere una delle mille frasi nate dalla pianta malata dell'antisemitismo, sempre ricca, purtroppo, di frutti velenosi. Identificare dei nemici, scaricare su di loro colpe e problemi è un sistema, vecchio come il mondo, con cui si acquietano le coscienze gli individui meno dotati dal punto di vista culturale e intellettuale. Ma la frase riportata non era stata pronunciata da un uomo qualunque, tantomeno da un uomo non dotato intellettualmente, bensì da Joseph Goebbels, Ministro della propaganda del Terzo Reich, uomo di profonda cultura, scrittore raffinato, uno dei maggiori responsabili della costruzione di quell'unicum della storia umana che fu lo Stato nazionalsocialista di Adolfo Hitler.
Con questa legge in pratica ogni uomo è con un piede in galera anche
se non ha fatto niente, in ogni istante della sua giornata dovrà
essere scortato da almeno 2 testimoni per poter sempre riferire dove
era e cosa stava facendo, come un carcerato in libertà controllata.
Questa legge potrebbe essere usata contro "qualunque" maschio:
giudice, politico, padre, prete, giornalista, comico, artista, uomo o
ragazzo, chiunque.

La costituzione italiana dice (art.24) " La difesa è diritto
inviolabile in ogni stato e grado del procedimento " o (art.111) " la
legge assicura che la persona accusata di un reato sia, nel più breve
tempo possibile, informata riservatamente della natura e dei motivi
dell'accusa elevata a suo carico, disponga del tempo e delle
condizioni necessari per preparare la sua difesa " e poi " La
colpevolezza dell'imputato non può essere provata sulla base di
dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, si è sempre
volontariamente sottratto all'interrogatorio da parte dell'imputato o
del suo difensore. "

Facciamo un esempio concreto: ogni giorno ci sono 352 separazioni tra
uomo e donna ed è oramai una bieca prassi per una donna su tre (circa)
denunciare il marito di violenze e molestie per ottenere figli, soldi
e affido (infatti nell'83% dei casi lo ottengono) che sia una mera
tattica lo si scopre perchè dopo il regolare processo nel 99% dei casi
queste si rivelano false denuncie. http://www.la7.it/blog/post_dettaglio.asp?idblog=15&ID=1050
Con questa nuova legge invece molte donne disoneste otterrebbero
l'allontanamento di un buon padre dai figli, genitore che potrebbe
rivedere i figli solo mesi o anni dopo il suo proscioglimento, prima
si punisce poi forse si ascolta l'imputato!

Andando a leggere la proposta e le dichiarazioni dell'on. Mura in
pratica la donna che si ritiene (quindi non ha bisogno di dimostrare)
vittima di insidie, offese o avance, comunica al giudice che dispone
diffida, divieti e reclusione fino a 2 anni, tutto senza sentire
l'altra parte se ciò è vero o no. Se risuccede che la donna rintenga
si può arrivare anche a 5 anni di galera, così... come ridere.

Qui sotto riportiamo un estratto delle parole dell'on. Mura con
relativi link al testo ed ai video.


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" La violenza contro le donne è un fenomeno in aumento riguarda tanto
le violenze fisiche quanto quelle psicologiche, le donne rappresentano
l'80% delle vittime [...] il 90% delle violenze sessuali non viene
denunciata dalle vittime stesse. [...] Ho ritenuto quindi doveroso,
come donna prima ancora che come parlamentare, presentare una proposta
di legge per combattere questo odioso fenomeno. " On. Silvana Mura

video e testo
http://italiadeivalori.antoniodipietro.com/articoli/sicurezza/contro_la_violenza_sessuale_e.php#comments

"reato di molestia insistente" - una donna riceve delle mail
insidiose, subisce delle offese, delle molestie, delle avance
telefoniche, viene infastidita sul posto di lavoro, questa donna non
può denunciare il proprio molestatore perché questo tipo di reato non
è previsto dal nostro codice penale. [...] vuoto legislativo va
colmato al più presto perché nel 50% dei casi la molestia si tramuta
in violenza sessuale vera e propria. On. Silvana Mura

proposta di legge pdl 2101 del 21.12.06
http://italiadeivalori.antoniodipietro.com/proposte_di_legge/documenti/proposta_di_legge_mura_violenza_e_molestie_sessuali_documento.pdf

art.12 " chiunque, indebitamente ponendo in essere con continuita`
atti volti alla sorveglianza, alla molestia, all'intrusione nella vita
privata e pubblica o al contatto fisico indesiderato, infligge a
un'altra persona un grave stato di disagio emotivo, di paura o di
soggezione, tale da ledere la liberta` morale o personale o la salute
psicofisica della persona medesima, e` punito con la reclusione fino a
due anni."

art.13 " La persona che si ritiene vittima delle condotte di cui
all'articolo 12 puo` presentare all'autorita` giudiziaria competente
richiesta di diffida dell'autore delle stesse. L'autorita` di pubblica
sicurezza, previa autorizzazione del giudice, diffida formalmente
l'indagato dal compiere ulterioriatti di molestia reiterata.

Per tutelare l'incolumita` fisica o psicologica della persona offesa,
il giudice puo` rivolgere all'indagato ogni opportuna prescrizione,
compresi i divieti di avvicinarsi al domicilio e ad altri luoghi
abitualmente frequentati dalla persona offesa o dai suoi familiari,
nonche´ di contattarla attraverso il mezzo telefonico o un altro
strumento di comunicazione elettronica. Se nonostante la diffida
formale irrogata ai sensi del comma 1 l'indagato compie nuovi atti di
molestia reiterata, la pena della reclusione e` aumentata da uno a
cinque anni. "

un nuovo osservatorio nazionale dovrà prevenire i suddetti reati,
previsti stanziamenti per 1.000.000 di euro dal 2007 al 2009

venerdì, novembre 09, 2007

La violenza e il rifiuto del padre.

Meredith vittima del vuoto di regole, flessibilità e permissivismo.

L’omicidio di Meredith ha scosso Perugia. Ma soprattutto ha messo i riflettori sulla vita dei giovani universitari, sulle le loro abitudini, sui locali che frequentano, sul consumo di droghe ed alcol, sui blog nei quali proiettano le loro paure, i loro dubbi e forse anche i lati oscuri dello loro personalità.

Ma ciò che produce maggior preoccupazione è la descrizione del contesto in cui gli studenti vivono. La vita della tribù degli universitari in cerca di un’identità in divenire, che nell’accelerazione della multimedialità sovrappongono l’apparire al vivere.

Il bisogno di provare tutto, di estremizzare le emozioni pompate dall’uso di droghe, di consumo comune, che si trovano per strada come al mercato. Di passare le serate nei locali a divertirsi, a conoscersi, ma anche a bere fino allo sfinimento, a consumare rapporti spesso effimeri che soprappongono la quantità alla profondità dei sentimenti.

Nella possibilità di estraniarsi da sé offerta dall’esperienza di vita fuori dal contesto abituale della famiglia e delle amicizie di sempre, i nostri giovani rischiano di perdere i loro riferimenti valoriali. Vivono “la movida” spesso senza inibizioni, come se il tempo dovesse finire domani.

Questo delitto mi colpisce, perché avviene in un ambito che mi è caro e familiare. Il mondo degli studenti universitari, che mi circondano ogni giorno. Meredith poteva essere una delle mie studentesse, una brava ragazza, solare e studiosa, che non ha percepito il rischio. Vittima innocente del vuoto di regole che sostituisce la flessibilità ed il permissivismo.

http://www.agoramagazine.it/agora/spip.php?article826

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CRIMINOLOGO: E' STATO DELITTO LUDICO-SESSUALE

L'omicidio di Meredith Kercher è un crimine ludico-sessuale, un delitto a sfondo sessuale nato da un gioco pericoloso. E' l'opinione del criminologo Vincenzo Mastronardi.

Nell'ordinanza del gip si legge: "Volevano provare una nuova sensazione". Quindi, è l'ipotesi accusatoria, la lesione mortale al collo di Meredith potrebbe essere stata inizialmente una minaccia, qualcosa che poi, perso il controllo, si è trasformata nel delitto. E le cause, scrive il giudice, sarebbero collegate alla volontà di "provare una qualche nuova sensazione", soprattutto da parte di Amanda e Raffaele Sollecito.

Nuove sensazioni, proprio ciò che ricercano allo spasimo quelli che gli esperti dell'Fbi, spiega Mastroanrdi, inseriscono tra gli stupratori nella categoria dei 'taking risk', "coloro che devono provare a tutti i costi una sensazione di rischio, un brivido eccessivo, un jumping portato alle estreme conseguenze", dice il criminologo.

Una ricerca folle che il branco alimenta, sottolinea Mastronardi. Se infatti colui che cerca nuove emozioni, non riesce a soddisfarle in modo singolo, spesso si rivolge al branco ed è il branco che lo sostiene. Un conduttore e dei gregari.

Lumumba, era desideroso di avere rapporti "con una ragazza che gli piaceva e lo rifiutava", si legge ancora nell'ordinanza del gip. Un'altra delle situazioni tipiche che possono spiegare lo stupro, "un rifiuto che se si scontra con un narcisismo maligno, che cerca a tutti i costi l'affermazione personale, può portare anche all'omicidio".

Non sempre in questi casi si giunge all'omicidio, spiega il criminologo ricordando una casistica Usa secondo cui solo nel 20% dei casi l'atto sessuale aggressivo si trasforma in omicidio. "Ma - continua Mastronardi - se c'è di mezzo la droga le cose si complicano. Non è escluso, dal punto di vista della casistica, che anche qui l'uso di droghe abbia fatto sfuggire di mano la situazione".

La violenza e le donne.

Cristina, 34 anni, Prato
Il mio senso della vita è dare la vita. Il mio desiderio più grande è sempre stato quello di avere un figlio, chissà se succederà! Vivo un rapporto sereno con un uomo separato, che ha un bimbo di 8 anni, bimbo che riesce a vedere raramente, perché la mamma gli fa una guerra spietata. Vuole solo soldi, lo odia e in nome di quest'odio impedisce ad un padre e un figlio di riacquistare un rapporto, di cui entrambi hanno un disperato bisogno. Non so cosa succeda in certe persone, per il proprio egoismo tolgono ad altri quel sentimento che era il loro unico e indispensabile senso della vita: l’amore. Quando vedo il mio uomo piangere mi sento impotente. Vorrei, con il mio abbraccio, distruggere la sua sofferenza, ma non ci riesco e penso che sia peggio avere avuto un figlio e vederselo negato che non averlo avuto affatto. Vorrei tanto fare un figlio con lui, sarebbe bellissimo! Ma penso a lui, alla sua situazione e non vorrei mai complicare le cose. Vorrei solo vederlo felice, questo si! Mi chiedo come mai, quando finisce l'amore, certe persone si trasformino in mostri. Mi chiedo come mai tanti genitori si vedano negati i loro diritti e la loro dignità. In questi giorni c’è stata una manifestazione dei padri in tema di affidamento congiunto, ci sarà una luce oltre questo buio? Io vorrei solo che il senso della vita di tanti, l’amore, avesse la possibilità di manifestarsi liberamente.

http://www.ilsensodellavita.tv/pub_storie.php?id=75&m=13

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La montatura mediatica sul caso di Tor di Quinto, dove la violenza nei confronti della donna uccisa è stata usata e abusata per montare una campagna mediatica e politica xenofoba contro i rumeni, ci fa capire bene come sia difficile far passare la cosa più evidente: che la violenza contro le donne avviene per il 90 per cento in famiglia. I nostri governanti ci ripropongono l’intreccio, pericoloso, tra violenza e sicurezza, dimenticando che il problema, a Tor di Quinto come nelle altre città italiane, si chiama sessismo e non ha connotazioni di etnia, perché riguarda gli uomini di tutti i paesi.

Accanto al montante clima di odio, cresce anche l’indignazione di molte donne, che non si vogliono prestare al gioco né del sindaco di Roma Veltroni, né del capo del Governo Prodi. E’ anche per questa ragione che la manifestazione nazionalecontro la violenza degli uomini sulle donne”, indetta per il 24 novembre da gruppi femministi romani, sarà sicuramente partecipata, perché raccoglie un sentimento diffuso di ribellione non solo verso gli uomini che maltrattano, stuprano, uccidono, ma per quella maggioranza maschile silenziosa che ancora non riesce a dire:

è una violenza che ci riguarda, riguarda il dominio storico che il nostro sesso ha esercitato sull’altra metà della specie umana, riguarda quella che è stata considerata la cellula prima della società, cioè la famiglia, ma che per una inspiegabile, macroscopica contraddizione si è voluto che ne restasse separata, inclusa attraverso un’esclusione dalla sfera pubblica, così come la storia ha fatto con la natura, il pensiero col corpo.

Da quell’ ‘altrove’, da quel margine che la politica “ha deliberatamente lasciato a un potere patriarcale sul quale non andava messo becco” (Rossana Rossanda), considerandolo una “libertà” naturale, sono uscite, quasi quarant’anni fa, voci, saperi, movimenti di donne per dire che la lunga oppressione degli uomini sull’altro sesso comincia proprio là dove nessuno vorrebbe vederla: nell’amore, nelle relazioni sessuali, nei legami di parentela e nell’appartenenza intima a un altro essere, quale è l’unione della madre col figlio nella fase iniziale della vita.

Lea Melandri http://www.rifondazione.it/forumdonne/?p=231

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Il 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza maschile contro le donne, tutte in piazza a Roma, Largo Argentina, ore 12, con il sole o con la pioggia…

Come Forum delle donne scenderemo in piazza a Largo Argentina a Roma il 25 novembre contro la violenza maschile contro le donne. Scenderemo in piazza insieme all’assemblea delle donne di Roma per dire nel modo più diretto possibile che la violenza degli uomini contro le donne è una realtà anche nel nostro paese, ed è una realtà che si consuma in grandissima parte dentro le mura domestiche, come confermano tutti i dati, cioè dentro quella famiglia patriarcale che preti e politici difendono con tanta foga contro la nostra libertà e il nostro desiderio di autodeterminarci. Dai banchi delle chiese ai banchi del Parlamento non abbiamo sentito altro in questi anni che voci maschili tuonare per imporre il loro dominio sui nostri corpi sessuati, da sempre ossessione del patriarcato.
Scendiamo in piazza per dire basta alla violenza, agli stupri, agli omicidi contro le donne per mano degli uomini. E per dire basta alle politiche familiste. Basta a quelle leggi come la legge 40 che sono lo specchio fedelissimo di un modello patriarcale che detestiamo, in qualsiasi salsa si presenti e di qualsiasi sfumatura di colore si mascheri.

http://www.rifondazione.it/forumdonne/?p=58

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La violenza e' sempre da condannare, potendosi vincere soltanto quando tutti saremo contro la violenza, contro tutte le violenze, di qualsiasi natura, per qualsiasi fine.

Sopratutto si deve essere contro tutte le violenze, indipendentemente da chi la subisce e da chi la agisce. La focalizzazione che si sta facendo soltanto sulla violenza subita dalle donne, ha palesemente scopi ideologici che sono violenti e di natura rivendicativa, di guerra di genere.
La distruzione della famiglia e la stigmatizzazione del maschio e sopratutto del padre effettuata in modo cosi' radicale e generalizzante e' una gravissima violenza, perche' induce all'odio individuando il maschio e il padre, tutti i maschi e tutti i padri, come capro espiatorio e causa di una violenza di cui non e' responsabile.

Questa rivendicazione "di classe" e' mistificante (perche' fondata sul filtro della violenza femminile sui figli e sui padri che non si vuole vedere, e sulla generalizzazione e l'estensione a tutti i maschi e padri delle responsabilita' personali di quei soggetti che hanno agito in modo violento).

Una analoga mistificazione era alla base dell'odio nei confronti degli ebrei, che ha portato alla tremenda distruzione di massa con le leggi razziali. Non si comprende come possano attivisti politici che si considerano "antinazisti" seguire gli stessi percorsi di odio che hanno portato allo sterminio degli ebrei, incitanto alla violenza contro "lo sporco ebreo" causa di ogni male.

Alla violenza non si puo' e non si deve reagire in modo rivendicativo e violento, perche' questo non fa altro che innescare una spirale di aggressivita' e di odio, che porta soltanto a perdite di vite umane e alla distruzione della famiglia che e' un bene dei figli, per i figli.

Nessun figlio vuole la guerra di genere nella sua famiglia. La lotta di genere porta sciagure distruttivita' e morte nelle famiglie. Tutto questo lo subiscono i bambini, inermi.

Contro tutte le violenze puo' solo un atteggiamento di dialogo, di comprensione reciproca, di condanna generalizzata della violenza di chiunque contro chiunque. Non esiste una violenza che possa essere giustificata, non esiste la violenza buona. Tutte le violenze devono essere condannate. Soprattutto quando si parla di famiglia non e' ammissibile che le ideologie manipolino le informazioni e facciano leva sui risentimenti e sull'odio per fini politici sulla pelle dei bambini. La violenza in famiglia ha sempre soltanto una vittima costante: i figli.

giovedì, novembre 08, 2007

Epitaffio. Sublime.

"Posto che l'unico modo per vivere a lungo è invecchiare, quando un amico muore, abbia pure 87 anni, è sempre troppo giovane per andarsene via lasciandoci un po' più soli. Enzo Biagi aveva una cagionevole salute di ferro. Ebbe il primo di numerosi infarti a 49 anni. Dirigeva o stava per andare a dirigere il Resto del Carlino, dove aveva debuttato ventenne quale praticante. Una sera, nella sua sobria casa fra i calanchi di Sasso Marconi, a un tiro di fucile dal Reno, avvertì un dolore alla schiena. Strappo, reumatismo? Visita. Il medico aggrotta la fronte e dice: "Meglio ricoverare". Coronarie malandate. Un mese dopo, Enzo si dimentica del cuore matto e si butta nel rinnovamento del Carlino con l'intento di trasformarlo da regionale in nazionale. Ci riesce. Alla grande. Ma non fa in tempo a godersi i frutti delle ventimila copie recuperate: lo cacciano. Accusa: quel Biagi lì è un filino comunista.

In realtà, il Carlino ha sfrucugliato Preti, socialdemocratico, ministro delle Finanze. Questi è in rapporti con l'editore, Attilio Monti, il quale pur estimatore di Biagi (era stato lui in persona a volerlo al timone del quotidiano bolognese) non può andare contro il ministro delle Finanze (e della Guardia di finanza). La prudenza non è mai troppa quando ci si occupa di petrolio e generi affini. Il petroliere non aveva scelta: liquidare il signor direttore. Cui offre in cambio di un'uscita soft un appezzamento di terra. Enzo lo guarda stupito: mi prendi per scemo? E se ne va con una congrua somma, contanti. Questa storia dei soldi è diventata negli anni mitologica. Quando qualcuno non sapeva come denigrare il giornalista, ripiegava sulla sua esosità. Bravo è bravo, ma pensa solamente ai quattrini.

Ha il reddito di un banchiere. Balle. Però bisogna capire. Il 99 per cento degli iscritti al nostro Ordine campa di stipendio, buono finché vuoi ma pur sempre di stipendio si tratta. E con la busta paga non ci si arricchisce. Biagi invece era tra i pochi che non si accontentavano dei tran tran della redazione. Diceva: il giornale è l'ospedale, una garanzia. Poi c'è l'ambula torio, e qui arrotondi. Lui lavorava molto e bene, con metodo; e oltre ad arrotondare accumulava. Desiderava incassare cifre alte non per avidità. Il denaro gli forniva la prova di essere apprezzato. E gli dava soddisfazione umiliare la miseria che aveva patito da ragazzo. Sui suoi contratti si è sempre favoleggiato: di bocca in bocca, l'importo si moltiplicava. Gli è stato attribuito un patrimonio che non si è mai sognato di possedere.

Tra l'altro per sé spendeva pochi spiccioli, che maneggiava con fastidio. Una volta mi disse: a chi ti chiede un prestito di dieci milioni (lire s'intende) regalane uno; lui sarà contento; tu di più, perché in quel momento avrai risparmiato nove milioni. Sacramentava, e scazzottava la scrivania Enzo era una miniera di battute, motteggi, aforismi; parlare con lui era come consultare il calendario di Frate Indovino; spiritoso e incazzoso, era in netto contrasto con la sua immagine televisiva da parroco mite. Nei momenti di furia sacramentava e scazzottava la scrivania con vigore liberatorio. Si placava subito e, testa bassa, si rimetteva a lavorare.

Da fessi polemizzare o discutere con lui. Le argomentazioni non erano il suo forte. Ti fulminava con una stoccata. Durante una riunione in Rai, non ricordo a proposito di cosa, mi permisi: per tua informazione... Non gli era andato a genio l'incipit e mi interruppe: accidentalmente mi trovo anch'io nel ramo dell'informazione, e da te non mi aspetto notizie ma idee, ammesso te ne possa venire una. Mi sarei sprofondato. Da allora prima di aprire bocca, conto fino a dieci. Enzo nell'ultimo decennio è stato parecchio lodato; in passato parecchio denigrato e calunniato.

Si malignava che avesse dei "negri" a disposizione, cioè giovanotti che scrivevano nella sua bottega per quattro soldi, e che lui si limitasse a sistemarne la prosa. Di qui la sua mastodontica produzione. Falso. Era un accentratore. Non si fidava di nessuno. Erano sue anche le virgole. Noi della squadra eravamo semplici manovali. I più fortunati e stimati avevano il diritto di accompagnarlo a bere il caffè. Non sono mai riuscito a precederlo alla cassa.

Certe sere abbiamo cenato insieme. Se non mangiavi quanto lui - impossibile - si inquietava: stai male? Arrotolava le tagliatelle con lo stesso impegno con cui vergava gli articoli: la faccia praticamente nel piatto; arrotolava e masticava senza requie. Uno spettacolo. Terminato il pasto, tirava un profondo sospiro e con lo sguardo preso diceva: mi girano i "maroni" (con una erre) perché continuo a ingrassare. Si scioglieva al secondo bicchierino Aveva una piccola collezione di Cognac e Armagnac. Non doveva pregarmi per bere con lui. Al secondo bicchierino Biagi si scioglieva in racconti che tenevano inchiodati al tavolo ore e ore; aveva conosciuto mezzo mondo e di ciascun personaggio conservava un ricordo: aneddoti, flash.

Era un memorialista formidabile, un bozzettista e un caricaturista di straordinaria efficacia. Parlava solo lui. Tutti zitti ad ascoltarlo. Meritava. Se per caso, in una pausa del suo discorrere colorito, ti inserivi per un'osservazione, si scocciava. Dei problemi del prossimo gli importava sì e no. Il monopolio dei problemi era suo: la Rai, Berlusconi, il cuore, il Corriere, l'ultimo libro. Eppure era generoso. Se rimanevi senza lavoro, si sbatteva per trovartene uno buono: telefonava a Tizio e Caio assicurandoli che assumendo te avrebbero fatto fortuna. Sbrigava ogni pratica in fretta. Non ti dimenticava, non ti abbandonava. Aveva sofferto e non sopportava di veder soffrire.

Lo conobbi al Corriere della Sera, mi pare nel Settantotto. Sedevo al tavolone della sala albertiniana, illuminata da lampade che davano luce a noi scrivani addetti ai titoli e a correggere articoli. Entrò con passo pesante da montanaro, il parquet scricchiolava sotto le suole. Si diresse verso il capo, Carlo Galimberti, calvo e gli occhiali che scivolavano sulla punta del naso. Parlottarono. Tesi le orecchie senza comprendere. Fingevo di leggere un pezzo. Una mano si appoggiò sulla mia spalla: "Sei tu Feltri?". Mi voltai intimidito accennando ad alzarmi. Comodo, comodo, mi disse Biagi. Mi piaci come scrivi, farai strada, ti legge anche Sandro Bolchi. E se ne andò senza attendere risposta. In realtà Enzo penso che apprezzasse la cura con cui passavo la sua rubrica "Strettamente personale". Sia come sia, di lì a qualche mese fui reclutato nella sua squadra. Gliene fui e gliene sono grato.

Biagi non insegnava se non con l'esempio. Ti consentiva di rubargli il mestiere. E lavorandogli accanto ho compiuto tanti furti. Per lui la notizia era come il maiale: non si butta via niente. La prendeva e la rovesciava, la scarnificava e ne dava al pubblico l'anima. La sua scrittura è inimitabile. Nervosa e pudica, spiritosa e sentimentale, essenziale e commemorativa, quanto di meglio per arrivare allo stomaco del lettore. Biagi era terrorizzato dalle ripetizioni e dagli aggettivi. Il suo top tecnologico era la penna a sfera. Con la quale Enzo ha scritto centinaia di articoli e migliaia di libri, sceneggiature televisive, domande per interviste, facendola scorrere sulle righe di taccuini da stenografo, sempre gli stessi per settant'anni. Una grafia pessima e decifrabile soltanto dalla sua segretaria che provvedeva a battere a macchina o a dettare ai dimafonisti. Rare correzioni, rarissimi pentimenti e riscritture.

Qualcuno, sfottendo, definì Biagi il Fenomeno. Ma lo era davvero. Un impressionista della biro, un artigiano che in alcuni momenti ha sfondato la barriera dell'arte. Il romanzo "Disonora il padre", rigorosamente biografico, è divertente e struggente; l'avventura di un uomo partito povero da Pianaccio, Appennino toscoemiliano, con in tasca il diplomino di ragioniere, e arrivato a Milano attratto da un posto precario: caporedattore a Epoca, che stava fallendo. Un anno più tardi lui era direttore. La rivista in nove anni salì da 70 a 500 mila. In pieno miracolo editoriale, Enzo fu pregato di togliere il disturbo. Non leccava i politici E lo allontanavano Andò alla Stampa di Torino. Poi direttore del Tg1 che rivoluzionò. Abolì il taglio dei nastri e le leccate ai politici. Inaugurò un settimanale d'attualità. E ancora una volta sul più bello fu allontanato a causa di interferenze del Palazzo. Altri tempi, si dirà. Ma i tempi sono sempre funesti per chi non si assoggetta alla volontà dei potenti e dei prepotenti.

Occorre aggiungere che Biagi non era appassionato di politica, non l'ha mai seguita né analizzata né compresa. Non era nelle sue corde di cronista più portato a narrare che a interpretare. Aveva delle simpatie e delle antipatie che non controllava e non nascondeva. Di qui le sue evitabilissime disgrazie. Gli stava sulle scatole Craxi, e lo diceva ogni due minuti. Gli stava sulle scatole Berlusconi, e non pubblicava un articolo se non elencando almeno venti difetti del medesimo. Invecchiando, si diventa ossessivi. E lui lo era. Sicuro. Aveva molte qualità e moltissimi difetti, esaltati dall'onnipotenza che prende chi ha successo. L'ha fatta pagare ai suoi detrattori e loro l'hanno fatta pagare a lui. Questa è la vita, questo è il mondo. E pensare che Biagi e Berlusconi si somigliano: due supposti padreterni con un limite molto umano, quello di trascurare che non lo sono, e che viene un giorno in cui la candela si spegne e la processione finisce. Ed è pronta la livella".

(Vittorio Feltri Libero 7 novembre 2007)

mercoledì, novembre 07, 2007

il comunismo è ancora il futuro.

Diliberto: "La mummia di Lenin a Roma" Gasparri: "Ok, ma lui vada a Mosca"

E se oltre al rimpatrio dei delinquenti non Italiani si procedesse finalmente al rimpatrio dei Comunisti in Russia? Possibile che in un paese democratico come dovrebbe essere l'Italia possano sedere in parlamento persone che vogliono restaurare la ditattura del proletariato e il totalitarismo comunista? Ma esportiamoli in Cina. Non si potranno mai fare dei passi avanti se non si chiude mai con il marxismo. Quale fiducia possiamo offrire alle democrazie liberali se il fantasma del comunismo continua a venir coltivato nella mente di tanti giovani? Come possiamo chiedere di boicottare le olimpiadi cinesi quando il regime comunista cinese sta procedendo verso la democrazia e il rispetto dei diritti umani piu' rapidamente dei nostri parlamentari?

Repubblica riporta che il capogruppo del Pdci alla Camera Pino Sgobio avrebbe detto: "A novant'anni dalla rivoluzione d'ottobre, Lenin evidentemente fa ancora paura sia agli anticomunisti. Tutto questo è la dimostrazione che il comunismo è ancora il futuro".

Certo che Lenin fa paura, mette i brividi sapere che esistano italiani che lo vorrebbero.
Ora basta con le leggende della resistenza rossa di liberazione. L'italia e' stata liberata dagli alleati con gli Stati Uniti in testa. Fuori i fascisti e i comunisti per sempre dal suolo italiano.

martedì, novembre 06, 2007

IMMIGRATI IN GERMANIA

Mi sembra che in Germania non ci siano problemi ne di immigrazione ne di recessione economica.
Se le istituzioni non si danno una mossa a far funzionare questo nostro paese, vadano affanculo.
Con quale faccia chiedono il pagamento delle tasse? L'Italia e' diventato un paese invivibile.
E tutti quelli che remano contro e fanno casino, andate affanculo pure voi. Avete rotto i coglioni.

IMMIGRATI: VEDIAMO COME FANNO IN GERMANIA - Veja

Vediamo cosa deve fare un extracomunitario (tra cui sono compresi i rumeni per una moratoria, giustificata dal pericolo ROM) per ottenere permesso di soggiorno e lavoro:

1) Passare un test di conoscenza della lingua tedesca (leggere un articolo e riassumerlo in tedesco)
2) Possedere alte competenze o essere disposti a fare lavori che i tedeschi non fanno più
3) Passare un test sulla costituzione tedesca, sulle leggi più importanti, su usi e costumi del popolo tedesco e sulla sua storia (un test che probabilmente non passerebbero nemmeno alcuni tedeschi)
4) Dimostare ogni 6 mesi un reddito di almeno 800 euro al mese (non in nero) e di lavorare full-time
5) Se il requisito del reddito viene meno, vi sono 6 mesi di sussidio di disoccupazione (800 euro).
6) Passato il periodo di sussidio (seconda chance), espulsione con accompagnamento scortato alla frontiera.
7) La cittadinanza tedesca non verrà mai riconosciuta per tutta la vita e anche per i figli ci sono difficoltà (principio dell jus sanguinis e NON dello jus soli, ovvero del tempo di permanenza). Paradossalmente il figlio di un tedesco avrà la cittadinanza di diritto, anche se non andrà mai in Germania, mentre un turco da 30 anni in Germania non la otterrà.

lunedì, novembre 05, 2007

vivere o morire. solidarieta' e speranza.

di Marco Baldassari

Questa mattina Gianni Giliberti era radioso, pieno di vita e di entusiasmo. Come promesso a Maurizio Costanzo, l'Assessore Tricarico al comune di Torino dopo una convulsa riunione della commissione emergenza abitativa, lo ha ricevuto nel suo ufficio, mettendogli a disposizione un minialloggio dove e' stato accompagnato dall'inviato della redazione del MCS.

Soltanto pochi giorni fa, il 23 ottobre aveva meditato il suicidio, sentendosi perso. Grazie all'articolo su Repubblica di Niccolo' Zancan l'episodio - trascurato da quasi tutti i media - ha potuto prendere una dimensione umana, bucando il muro di indifferenza che Gianni si e' trovato da solo a dover fronteggiare.

"Non ho più soldi né lavoro posso solo rubare o morire" - cronaca - Repubblica.it

Invitato da Maurizio Costanzo, Gianni Giliberti ha potuto rendersi conto della vera solidarieta' umana, che si attiva sempre quando le situazioni sono rese note al pubblico. Nello spazio di un fine settimana, ha anche trovato un posto di lavoro come autotrasportatore, accolto con calore dal titolare che lo ha fatto sentire come in famiglia. Una signora di Guidonia si e' anche offerta di pagare il canone di affitto dell'alloggio messo a disposizione dall'Assessore Tricarico. Casa e lavoro, per ricominciare a vivere.

Il primo pensiero di Gianni e' andato a sua figlia, che ha 18 anni e non puo' comprendere la disperazione in cui era crollato. "Spero che possa perdonarmi, per quel gesto che non ha scusanti e di cui mi vergogno." La vita puo' sembrare impossibile quando ci si sente soli e non si sa piu' a chi potersi rivolgere per avere una risposta immediata, quella solidarieta' umana che riscalda il cuore e dona speranza.

"Non conoscevo nessuno che mi potesse aiutare, non ero al corrente delle associazioni e di altri come me nella stessa situazione." Dunque e' stata soprattutto la solitudine e la disperazione che hanno portato Gianni a questo gesto. Quel senso di abbandono che puo' essere letale quando non si hanno piu' risorse proprie. Per questo le persone e le relazioni sono cosi' importanti, insostituibili.

Questa mattina Gianni era pieno di energie, un altro uomo rispetto a pochi giorni fa.
"Voglio restituire quello che mi e' stato dato, voglio aiutare chi come me si trova in difficolta." Una promessa di impegno che ha fatto prima di entrare in auto per raggiungere la sua nuova casa.

domenica, ottobre 28, 2007

il mercato vince lo stato.

Corriere della Sera
Eric Hobsbawm
28 ottobre 2007

Decadono gli Stati nazionali.

E così l'unità di Italia, Spagna e Gran Bretagna è a rischio

Oggi «il popolo» è il fondamento e il punto di riferimento comune di tutte le forme di governo statali eccetto quella teocratica. E ciò non è soltanto qualcosa di inevitabile, ma è qualcosa di giusto, perché per avere un qualunque scopo il governo deve parlare in nome e nell'interesse di tutti i cittadini.
Nell'epoca dell'uomo comune, ogni governo è un governo del popolo e per il popolo, anche se chiaramente non può essere, in nessun senso funzionale, un governo esercitato direttamente dal popolo. Tale principio non si basa solo sull'egualitarismo dei popoli, che non sono più disposti ad accettare una posizione di inferiorità in una società gerarchica governata da uomini superiori «per diritto naturale», ma anche sul fatto che finora i sistemi sociali, le economie e gli Stati nazionali moderni non hanno potuto funzionare senza l'appoggio passivo, ma anche la partecipazione attiva e la mobilitazione, di moltissimi dei loro cittadini. Questo principio rappresenta l'eredità del XX secolo. Ma sarà ancora la base dei governi popolari, incluso quello liberaldemocratico, nel XXI? La mia tesi è che la fase attuale dello sviluppo capitalistico globalizzato lo sta minando alle radici, e che ciò avrà — anzi, sta già avendo — serie implicazioni per quanto riguarda la democrazia liberale come viene intesa oggi. L'odierna politica democratica, infatti, si fonda su due assunzioni, una morale — o, se preferite, teorica — e l'altra pratica. Moralmente parlando, essa richiede il supporto esplicito del regime da parte della maggioranza dei cittadini, che si presume costituiscano il grosso degli abitanti dello Stato. Ma per quanto fossero democratici gli ordinamenti in vigore per la popolazione bianca nel Sudafrica dell'apartheid,un regime che privava permanentemente del diritto di voto la maggior parte della sua popolazione non può essere considerato come democratico. Gli atti con cui si esprime il proprio assenso alla legittimità di un sistema politico, come votare periodicamente alle elezioni, possono essere poco più che simbolici. Di fatto, è da molto tempo un luogo comune tra i politologi dire che solo una modesta minoranza di cittadini partecipa costantemente e attivamente alla vita del proprio Stato o di un'organizzazione di massa. Ciò torna a vantaggio di coloro che comandano; e, in effetti, è da tempo che i pensatori e i politici moderati si augurano la diffusione di un certo grado di apatia politica. Ma questi atti sono importanti.

Oggi ci troviamo di fronte a un'evidentissima secessione dei cittadini dalla sfera della politica. La partecipazione alle elezioni appare in caduta libera nella maggior parte dei Paesi liberaldemocratici. Se le elezioni popolari sono il primo criterio di rappresentatività democratica, in che misura è possibile parlare di legittimità democratica per un'autorità eletta da un terzo dell'elettorato potenziale (la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti) o, come è avvenuto di recente per le amministrazioni locali britanniche e il Parlamento europeo, da qualcosa come il 10 o il 20 per cento dell'elettorato? O per un presidente americano eletto da poco più di metà del 50 per cento degli americani che hanno diritto di voto? Sul lato pratico, i governi dei moderni Stati nazionali o territoriali — qualunque governo — si basano su tre presupposti: primo, che abbiano più potere di altre unità operanti sul loro territorio; secondo, che gli abitanti dei loro territori accettino, più o meno volentieri, la loro autorità; e terzo, che tali governi siano in grado di fornire ai cittadini quei servizi ai quali non sarebbe altrimenti possibile provvedere, perlomeno non con la stessa efficacia (come «legge e ordine», per riprendere un'espressione proverbiale).

Negli ultimi trenta o quarant'anni, questi presupposti hanno progressivamente perso la loro validità. In primo luogo, pur essendo ancora di gran lunga più potenti di qualunque rivale interno, anche gli Stati più forti, più stabili e più efficienti hanno perso il monopolio assoluto della forza coercitiva, non ultimo grazie alla marea di nuovi strumenti di distruzione portatili, oggi facilmente accessibili ai piccoli gruppi dissidenti, e all'estrema vulnerabilità della vita moderna di fronte agli sconvolgimenti improvvisi, per quanto leggeri possano essere. In secondo luogo, hanno iniziato a vacillare anche i due pilastri più solidi di un governo stabile, ossia (nei Paesi che godono di una legittimità popolare) la lealtà dei cittadini e la loro disponibilità a servire gli Stati, e (nei Paesi dove questa legittimità popolare manca) la pronta obbedienza a un potere statale schiacciante e indiscusso. Senza il primo pilastro, le guerre totali basate sulla coscrizione obbligatoria e sulla mobilitazione nazionale sarebbero state impossibili, così come sarebbe stata impossibile la crescita degli introiti erariali degli Stati fino all'odierna percentuale dei Pil (introiti che possono oggi superare il 40 per cento del Pil in alcuni Paesi contro il 20 per cento negli Stati Uniti e in Svizzera). Senza il secondo pilastro, come ci mostra la storia dell'Africa e di ampie regioni dell'Asia, piccoli gruppi di europei non avrebbero potuto mantenere per generazioni il controllo sulle colonie a un costo relativamente modesto. Il terzo presupposto è stato minato non solo dall'indebolimento del potere statale ma anche, a partire dagli anni Settanta, da un ritorno, tra i politici e gli ideologi, a una critica dello Stato basata su un laissez-faire ultraradicale, secondo la quale il ruolo dello Stato stesso dev'essere ridimensionato a tutti i costi. Questa critica afferma, più per una sorta di fede teologica che non sulla base di evidenze storiche, che ogni servizio che le autorità pubbliche possono fornire o è qualcosa di indesiderabile, oppure potrebbe essere fornito in modo migliore, più efficiente e più economico dal «mercato». A partire da quel periodo, la sostituzione dei servizi pubblici con servizi privati o privatizzati è stata massiccia. Attività caratteristiche di un governo nazionale o locale come gli uffici postali, le prigioni, le scuole, l'approvvigionamento idrico e anche i servizi assistenziali e previdenziali sono stati ceduti a (o trasformati in) imprese commerciali; i dipendenti pubblici sono stati trasferiti ad agenzie indipendenti o rimpiazzati con subappaltatori privati. Anche alcune parti dell'apparato bellico sono state subappaltate. E, naturalmente, il modus operandi delle aziende private — che mirano alla massimizzazione dei profitti — è diventato il modello al quale ogni governo aspira a uniformarsi. E nella misura in cui ciò avviene, lo Stato tende a fare affidamento su meccanismi economici privati per sostituire la mobilitazione attiva e passiva dei propri cittadini. Allo stesso tempo, è impossibile negare che nei Paesi ricchi del mondo gli straordinari trionfi dell'economia mettono a disposizione della maggior parte dei consumatori più di quanto i governi o l'azione collettiva abbiano mai promesso o fornito in tempi più poveri. Ma il problema sta proprio qui.

L'ideale della sovranità del mercato non è un complemento, bensì un'alternativa alla democrazia liberale. Di fatto, esso è un'alternativa a ogni sorta di politica, poiché nega la necessità di decisioni politiche, che sono esattamente le decisioni sugli interessi comuni o di gruppo in quanto distinti dalla somma di scelte, razionali o meno che siano, dei singoli individui che perseguono i propri interessi personali. Si aggiunga che il continuo processo di discernimento per scoprire che cosa vuole la gente, processo messo in atto dal mercato (e dalle ricerche di mercato), deve per forza essere più efficiente dell'occasionale ricorso alla grezza conta elettorale. La partecipazione al mercato viene a sostituire la partecipazione alla politica; il consumatore prende il posto del cittadino. Francis Fukuyama ha di fatto sostenuto che la scelta di non votare, così come la scelta di fare la spesa in un supermercato anziché in un piccolo negozio locale, «riflette una scelta democratica fatta dalle popolazioni. Esse vogliono la sovranità del consumatore». Senza dubbio la vogliono, ma questa scelta è compatibile con ciò che abbiamo imparato a considerare come un sistema politico liberaldemocratico? Così, lo Stato territoriale sovrano (o la federazione statale), che forma la cornice essenziale della politica democratica e di ogni altra politica, è oggi più debole di ieri. La portata e l'efficacia delle sue attività sono ridotte rispetto al passato. Il suo comando sull'obbedienza passiva o il servizio attivo dei suoi sudditi o cittadini è in declino. Due secoli e mezzo di crescita ininterrotta del potere, del raggio d'azione, delle ambizioni e della capacità di mobilitare gli abitanti degli Stati territoriali moderni, quali che fossero la natura o l'ideologia dei loro regimi, sembrano essere giunti al termine. L'integrità territoriale degli Stati moderni — ciò che i francesi chiamano «la Repubblica una e indivisibile» — non è più data per scontata. Fra trent'anni ci sarà ancora una singola Spagna — o un'Italia, o una Gran Bretagna — come centro primario della lealtà dei suoi cittadini? Per la prima volta in un secolo e mezzo possiamo porci realisticamente questa domanda. E tutto ciò non può non influire sulle prospettive della democrazia.

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Commento di Marco Baldasari

Questa sintetica analisi che dipinge il passaggio dal potere "degli eletti" al potere del "consumatore".
L'allarmismo, tuttavia, e' totalmente fuori luogo. Se il politico eletto in uno stato "pesante" - come lo e' l'italia che governa bel oltre il 50% del PIL - detiene un evidente dominio dirigistico sulle scelte economiche, lo stesso politico detiene anche un enorme "potere di scambio" per contrattare con i suoi elettori le proprie scelte in cambio dei voti. Si arriva al caos odierno della contrapposizione totale di lobby e sottolobbies in un continuo contrattare di favori in cambio di benefici economici. Si arriva allo statomafia.

Per contro, in un sistema dove il consumatore ha la possibilita' di scegliere democraticamente il prodotto o servizio al miglior rapporto costo-beneficio, la democrazia diretta viene esercitata in ogni istante in cui ciascun consumatore decide di acquistare. Non essendo piu' lo stato a produrre i beni e servizi, non sara' piu' possibile quel conflitto di interesse tra il politico e la lobby. Non sara' piu' la dialettica marxista a mediare tra interessi in conflitto, in un perpetuo tiro alla fune, perche' lo stato non avra' piu' le leve del mercato.

Quale funzione deve dunque avere lo stato? Al servizio del mercato e del consumatore, deve garantire Law and Order affinche le regole siano rigidamente applicate e rispettate da tutti. Il mercato non puo' esistere senza regole. Quindi lo stato avra' i mezzi, che il mercato dovra' fornire a un "arbitro supremo" che stabilisca e faccia rispettare le regole. Questo fa si che le lobby potranno si continuare a influenzare le scelte politiche, ma soltando influenzando le regole e non con lo scambio do-ut-des di tipo mafioso e corruttivo.

Inoltre siccome il mercato ha bisogno di concorrenza e di potere di acquisto che "tiri" la domanda, lo stesso mercato non puo' esistere senza un potere forte che bilanci le instabilita' proprie del libero mercato. Masse enormi di capitali si spostano da un territorio all'altro, da un settore di mercato all'altro, creando enormi tensioni economiche che possono distruggere uno stato. Si pensi all'italia, col suo enorme debito pubblico che supera il 106% del PIL che per oltre il 50% e' determinato dall'azione stessa dello stato. Basta un nonnulla, una improvvisa interruzione del gettito fiscale perche' lo stato non abbia i mezzi per provvedere al PIL e dunque a pagare gli interessi sul debito. In un sistema a moneta indipendente (come l'Euro) lo stato non puo' agire sulla svalutazione della moneta (come il buon Amato fece nel 92) trovandosi improvvisamente a rischio di insolvenza. Si pensi all'Argentina. Lo stato, senza cassa adeguata, si trova costretto a far crescere il debito, che oggi e' in larga parte costituito dall'enorme massa di pagamenti in ritardo - ben oltre i 365 giorni in italia.

Dunque, sul timore che lo stato sia insolvibile, soltanto il WMF potrebbe concedere prestiti ulteriori. Sarebbe possibile che il mercato mondiale dichiari guerra agli stati con elevato indebitamento e spesa superiore. Come nel caso dell'italia con debito oltre il 106% e PIL oltre il 50% gonfiato da spesa clientelare mafiosa.
Lo stato deve essere virtuoso, come l'amministrazione di un condominio, perche' non ha piu' il potere coercitivo di imporre la spesa e di scegliersi chi pagare con i soldi pubblici. E' il consumatore che sceglie.

Quindi lo stato deve funzionare come una macchina, un sistema efficiente, che garantisca al consumatore e al mercato le regole e la fiducia che quelle regole saranno rispettate. Le regole diventano importantissime.
Regole che non possono flettersi in funzione del cittadino (come vorrebbe anche l'art. 3 della nostra bella, teorica costituzione - per quanto inapplicata) perche' il mercato farebbe immediatamente scontare questo dispregio delle regole, punendo lo stato con una fuga dei capitali e delle economie. Quanto appunto sta avvenendo in italia, dove e' folle pensare di investire - a meno che sia necessario per la sopravvivenza di un attore preinsediato in questo paese.

Per il mercato (inteso come insieme dei produttori e dei consumatori) servono regole, ma anche redistribuzione del reddito, sempre secondo regole chiare e possibilmente stabili sul lungo periodo.
Affinche' le regole influenzino il mercato, la loro futura evoluzione deve essere molto prevedibile al fine di mantenere uno scenario il piu' possibile stabile, di fiducia emotiva del minimo rischio di cambiamento. Se non possiamo prevedere una eruzione o una alluvione, accettiamo di prendere quei rischi ma non quelli che sono il prodotto di una volonta' razionale, che cambia il terreno sotto i nostri piedi mentre stiamo camminando.

Il mercato libero puro non esiste e non puo' esistere, perche' il mercato e' un sistema endemicamente instabile che pero' ha assoluta necessita' di essere stabilizzato. Ovvero la stabilizzazione del mercato e' necessaria al mercato stesso, in termini macroeconomici. Servono le regole, che consentano di mantenere il mercato stabile per creare quella fiducia nel futuro che e' la molla di ogni investimento.

Non devono poter esistere posizioni di dominio del mercato (monopoli o cartelli) come non devono esistere rischi per chi non ha mezzi o li ha persi, poiche' il rischio e il fallimento sono il metodo con cui evolve il mercato. Devono dunque essere dati ai consumatori (che sono anche investitori e imprenditori) i mezzi per garantire loro il potere economico di scelta e di sussistenza in caso di crisi.

Ecco che la regola e' come la funzione di trasferimento del regolatore di un sistema in controreazione. Non piu' soggetta alla trattativa di scambio della politica, ma soluzione di un problema matematico che rappresenta il sistema produttori-stati-consumatori di cui la politica ha il compito di individuare le condizioni al contorno e identificare i parametri. Governi di tecnici e di mediatori competenti.

La formazione e l'informazione costituiscono quel potere essenziale che permette dunque al mercato di sopravvivere. Incidentalmente sono anche le due risorse indispensabili per far sopravvivere la democrazia e i consumatori. La funzione di informare e di educare il mercato (produttori e consumatori) diventa essenziale ruolo dello stato, inteso come la totalita' dei consumatori-produttori.

Per questo internet e' garanzia di democrazia e di benessere. Per dare ai consumatori il potere della conoscenza, necessaria per poter scegliere in modo oculato e influenzare il mercato.

L'informazione deve controbilanciare la propaganda dei produttori e degli operatori del mercato.
Neppure gli analisti sono liberi, se traggono profitto dal mercato. Maestri e analisti sono la democrazia.
Consumatore sovrano del mercato e dello stato.



venerdì, ottobre 26, 2007

la coppia del terzo millennio

A Genova, un manager quarantenne rimane disoccupato, espulso dall’azienda in parte sua perchè gli altri due soci lo ritengono non abbastanza «moderno», troppo ostile ai loro metodi (licenziamenti, tagli di spese, produzione trasferita all’estero). Per mesi non dice nulla alla moglie Margherita Buy, restauratrice che sta laureandosi in storia dell’arte, alla figlia che insieme con il ragazzo amato (deplorato dai genitori) ha aperto un bistrò. Poi parla: ha cercato lavoro ma non l’ha trovato, debbono vendere la casa per estinguere il debito con la banca, venderanno la barca, anche lei dovrà lavorare. La moglie è risentita per non aver saputo nulla prima: con il pragmatismo e la resistenza delle donne prende a lavorare in un call center. Lui ha incontri per il lavoro sempre più deludenti, mortificanti: richiede a un amico sei milioni prestatigli anni prima per sentirsi rispondere con una bugia, «te li ho già restituiti». Sta a casa, legge gli annunci sui giornali, fa la spesa, passa l’aspirapolvere, guarda la tv, fa la lavatrice. Soffre: il lavoro non è per lui soltanto un’abitudine, una misura della propria condizione sociale, uno stipendio per sopravvivere, è anche un impiego del tempo, una fuga dall’ozio devastante. Di fare nulla non ne può più. Gli offrono un lavoro di pony express, accetta. Dall’auto la figlia lo vede correre a consegnare buste, e si addolora.

I rapporti coniugali diventano difficili; la nuova casa è piccola, soffocante; il tentativo di fare l’imbianchino con due suoi ex operai pure disoccupati fallisce; il tradimento svogliato della moglie divenuta segretaria non aiuta. A lui non importa più niente di niente. Passa i giorni muto e solo, buttato sul divano. Guarda dalla finestra, non si occupa più della casa. Li salvano l’amore e l’estasi della bellezza: l’affresco al cui restauro la moglie lavorava si rivela prezioso, il bisogno di restare insieme e amarsi è più forte di tutto. Finale racconsolante poco credibile; l’analisi della famiglia borghese proletarizzata è molto intelligente e toccante; Genova è il luogo stupendo d’una pessima situazione.

Silvio Soldini con Giorni e nuvole ha fatto un film bello che per la prima volta analizza nel profondo, negli effetti sulla personalità smarrita, nel dolore individuale, quella mancanza di lavoro divenuta per tanti una forma nominalistica, un problema che riguarda gli altri: e offre ad Antonio Albanese e a Margherita Buy la migliore occasione della loro vita di bravi attori, còlta benissimo.

«Racconto lo stupore di due persone che sono certe che la vita abbia preso un corso ben definito e che, improvvisamente, scoprono che tutto è cambiato in maniera inimmaginabile». «Il problema principale - ha aggiunto - è stato quello di riuscire a non farsi trascinare verso il finale drammatico e tragico a cui tutto sembrava condurre. Io volevo che i due protagonisti si mettessero uno di fronte all’altro, si spogliassero di tutto e decidessero di essere sinceri chiedendosi: cos’è la cosa più importante del mondo per me?».
La storia del manager che si trova senza lavoro, che deve cambiare casa e abitudini, che tenta di fare altri lavori anche molto poco qualificati pur di uscire dalla depressione, che rischia di perdere l’amore della moglie e che, al contempo, comprende meglio la figlia e il suo compagno, trova continuamente riscontri reali nella vita.

Soldini riflette sull'equazione tra lavoro e tempo: il lavoro organizza il nostro tempo, se si lavora poco si perde tempo, se si lavora molto si guadagna tempo. Quando il Michele di Albanese perde il lavoro entra perciò in un tempo dell'attesa e dell'introspezione. Incapace di ri-organizzarsi la vita senza i ritmi dell'azienda, il protagonista vive una progressiva perdita di definizione.

Michele appartiene alla borghesia alta e intellettuale, una classe che ha fatto del lavoro la misura di ogni cosa e la fonte della propria identità. Elsa, abituata a riflettersi nel lavoro del marito e a godere del prestigio sociale e delle opportunità (laurearsi e fare senza compenso la restauratrice) della loro condizione, trova uno, due, tre lavori per provare a rientrare nella "normalità" da cui sono usciti. I due protagonisti sono avvolti da un velo di sofferenza non detta, da una cortina impenetrabile che rende inutile qualsiasi contatto umano. Capiranno insieme, distesi a contemplare l'affresco del Boniforti, che è l'amore (e non il lavoro) a "produrre" valore e realizzazione personale.

giovedì, ottobre 25, 2007

Lo stato-barzelletta

Blog di Beppe Grillo: "Il mondo ride di noi. Il Times in un articolo dal titolo: '"Assalto geriatrico ai bloggers italiani"' ci definisce come: 'una nazione di legislatori ottuagenari eletti da settantenni, i pensionati'."

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha affermato che l' inchiesta Why Not deve andare avanti. Romano Prodi, presidente del Consiglio indagato, ha dato piena fiducia alla magistratura e elogiato Mastella.

- il 22/10 è saltato l’interrogatorio del supertestimone Giuseppe Tursi Prato, ex assessore socialista in carcere per concussione (che ha fornito informazioni su Mastella, Prodi e altri) e che non vuole più parlare (lo capisco)
- Caterina Merante, la testimone chiave dell’inchiesta, e la sua famiglia, sono sottoposte a continue minacce.

Mastella ha dichiarato prima di ottenere la fiducia di Prodi in Consiglio dei ministri: “Voglio proprio vedere come fa Prodi ad accettare le mie dimissioni. Un minuto dopo dovrebbe dimettersi anche lui, dal momento che è indagato come me dalla Procura di Catanzaro...” (Corriere della Sera 24/10/2007).
L’uomo è un mito. Ha polverizzato tutti i suoi cloni on line con un comunicato stampa ufficiale del Ministero della Giustizia.

Come il mondo vede l’Italia

Times: “La Levi Prodi è un assalto geriatrico ai bloggers italiani”

Grillo “crociato”, Prodi “arzillo sessantottenne”: in Italia governano “nonni”

Levi non molla. Ha infatti modificato l'articolo 7 della Levi-Prodi con un comma aggiuntivo invece di cancellare l'articolo. Ecco il comma:
"Sono esclusi dall'obbligo di iscrizione al Roc i soggetti che accedono ad internet o operano su internet in forme o con prodotti, come i siti personali o ad uso collettivo che non costituiscono un'organizzazione imprenditoriale del lavoro".
Cosa si intende per organizzazione imprenditoriale del lavoro? Chi propone pubblicità dal suo sito, come ad esempio Google AdSense, ricade in questo caso? Chi vende un prodotto on line è un imprenditore del lavoro?

E’ per questo che anche uno dei quotidiani più famosi al mondo ha deciso di occuparsi dell’argomento e dall’articolo di ieri l’Italia non esce bene: “Considerando gli standard del G8, l’Italia è un Paese strano – si legge – Per farla semplice, è una nazione di legislatori ottuagenari eletti da settantenni, i pensionati. Tutti gli altri non contano”.

“L’intento della proposta di legge, come è stato scritto quando è passata al vaglio del Consiglio dei Ministri, sarebbe quello di mettere il bavaglio ai bloggers, che ormai rappresentano un vero guaio per quelli che sono al potere”, continua l’articolo.

E così il Times continua, dipingendo Prodi come un “arzillo sessantottenne” che ha battuto un Berlusconi settantunenne alle ultime elezioni, mentre a Napolitano (82 anni) ne aveva già 20 quando i tedeschi si sono arresi alla fine della seconda guerra mondiale.
Secondo il Times, il governo italiano “non sembra capace di adattarsi al mondo moderno” e la spiegazione è semplice: “Anche il vostro Paese funzionerebbe in questo modo se i vostri nonni fossero in carica”, sostiene l’articolo.

mercoledì, ottobre 24, 2007

Eurabia-Italia. Un milione di minori extracomunitari.

Il baby-boom degli stranieri - LASTAMPA.it

GIORDANO STABILE
TORINO
Una città come Torino che aumenta al ritmo del 10 per all’anno, sempre più integrata nel nostro paese e con aspettative crescenti. Sono i «figli degli immigrati», cittadini stranieri per la maggior parte, ma anche nuovi italiani figli di coppie miste oppure naturalizzati. Saranno loro il nuovo volto dello «straniero» nel nostro Paese, più simile al nostro, forse più facile da accettare, ma con bisogni - prima di tutto scuola e formazione - che dovremo trovare il modo di garantire. Una ricerca della Fondazione Giovanni Agnelli, presentata ieri al Melting Box di Torino, ha calcolato che questa fetta d’Italia toccherà quota un milione all’inizio del 2008, con tre anni di anticipo rispetto a quanto previsto nel 2005. Il primo gennaio del 2007 i «figli degli immigrati» erano 900mila, e per effetto dei ricongiungimenti familiari e delle nascite, varcheranno tra pochi mesi la soglia mediatica del milione.

«Abbiamo messo a confronto i dati nazionali Istat e quelli di comuni che includevano anche i figli di coppie miste e gli stranieri naturalizzati - spiega Stefano Molina, dirigente di ricerca della Fondazione -. E abbiamo visto il rapporto tra i figli di stranieri e il numero complessivo di “figli di immigrati” è di uno a 2,25. Considerato che i figli di stranieri sono circa 400mila, il numero complessivo dei secondi era intorno ai 900mila all’inizio dell’anno. Con i ritmi attuali, supereranno il milione nel 2008 e non nel 2011 come pensavamo».

Il fattore che ha fatto cambiare i calcoli è stata la grande regolarizzazione del 2002-2003, che ha dato stabilità giuridica, e di conseguenza un lavoro e una casa più sicuri, a migliaia di famiglie. «È stato uno choc che ha avuto conseguenze interessanti e anche paradossali - continua Molina -. Per esempio il numeri di figli di per donna di molte comunità immigrate è più alto in Italia che nel Paese di origine, quando ci si aspetterebbe il contrario. Ma è facile che una coppia che ha atteso la regolarizzazione per molto tempo decida di avere figli subito dopo aver stabilizzato la sua condizione».

Secondo fattore, il rapido aumento dei flussi migratori dai nuovi Paesi dell’Unione Europea, soprattutto Romania. I residenti stranieri al primo gennaio 2007 erano 2.938.922, con un più 10,1% rispetto al 2006. Nell’ultimo anno però, la crescita nel complesso è dovuta soprattutto all’aumento dei nati da genitori stranieri: 57mila. Le stime della Fondazione Agnelli considerano i nati in Italia da genitori stranieri - seconde generazioni in senso stretto - e le cosiddette generazioni frazionali: la generazione 1,75 (giovani nati all’estero e immigrati in Italia tra 0 e 5 anni), la generazione 1,5 (immigrati tra i 6 e i 12 anni) e la generazione 1,25 (immigrati tra i 13 e i 17 anni). «Oggi in Italia - precisa Molina -, sono prevalenti gli ultimi due gruppi, ragazzi che hanno cominciato la scuola nel Paese d’origine, con difficoltà peculiari, prima di tutto l’apprendimento dell’italiano».

Un problema che sta mettendo in crisi parecchie scuole, soprattutto al Nord, ma che sarà presto sorpassato da altri, anche più complessi. È destinata a crescere la percentuale di figli di stranieri nati e scolarizzati in Italia, con aspettative simili a quelle dei coetanei italiani; difficilmente accetteranno un ruolo subalterno come quello destinato alla maggior parte dei loro genitori. «Sarebbe un errore considerare le loro aspettative come quelli degli immigrati di prima generazione - osserva Marco Demarie, direttore della Fondazione -. Se vogliamo che da loro vengano energie e risorse preziose, dovremo considerarli alla pari di tutti gli altri».
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La famiglia media italiana va a puttane.

Torino, disoccupato, sbattuto fuori di casa tenta il suicidio perche' non vede la
figlia.


TORINO - Separato dalla moglie, disoccupato, senza fissa dimora, senza i soldi per fare un regalo alla figlia, che compirà gli anni tra pochi giorni. Per tutti questi motivi un uomo di 39 anni ha tentato il suicidio ieri sera: è stato salvato dall'intervento della polizia, avvertita da un'operatrice di Telefono Amico.

La storia. Ieri, verso le 18, l'uomo, originario di Foggia e residente a Torino, ha mandato un disperato sms al numero dell'associazione. Una operatrice di Telefono amico, allarmata dal messaggio, ha subito chiesto aiuto al 113. La polizia è intervenuta chiamando quel numero di cellulare, cui però ha risposto la moglie dell'uomo: "Ci siamo separati da poco - ha spiegato la donna - è depresso e beve, ma sopratutto è distrutto perché non vede la bambina".

Gli agenti hanno chiesto alla moglie il numero di telefono dell'ex marito e lo hanno chiamato per dargli un appuntamento alla Gran Madre, ma di fronte alla chiesa non l'hanno trovato. L'uomo era sul ponte vicino, guardava le acque del fiume e piangeva disperato. La polizia si è avvicinata con calma, ha ascoltato la sua storia e lo ha accompagnato in un bar a bere qualcosa di caldo. Subito dopo sono scattati i soccorsi del 118.

Non c'è stato bisogno di ricovero perché l'uomo si è fatto visitare spontaneamente da uno psichiatra, accettando di ricevere le cure del caso.

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Che ci faceva un Italiano senza lavoro in mezzo a una strada? Il lavavetri?
Perche' non vede la bambina? Chi/cosa gli impediva di stare con la bambina?
Perche' non aveva un posto dove vivere?

Quali piani hanno le istituzioni? Deve suicidarsi la popolazione italiana per fare posto?
E' un nazismo buonista?
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http://www.repubblica.it/2007/10/sezioni/cronaca/regalo-suicidio/parla-disoccupato/parla-disoccupato.html








Disoccupato tenta il suicidio. Non aveva i soldi per il regalo alla figlia

di Armando Ermini
E’ la storia, tristissima, riportata dai giornali. Un trentanovenne foggiano con residenza a Torino, si è trovato all’improvviso senza più nulla della sua vita. Separato da poco e quindi senza casa, senza possibilità di vedere la figlia, disoccupato (e chissà che ciò non abbia influito sulla separazione) e senza soldi in tasca, neanche per un regalo alla bambina che compiva gli anni. Disperato insomma. Ha mandato un sms a Telefono Amico che con l’aiuto della polizia è riuscita a sventare il tentativo di suicidio che l’uomo stava mettendo in atto. La cronaca ci dice che gli agenti gli avevano dato appuntamento di fronte alla chiesa della Gran Madre (coincidenza significativa) ma che lo hanno trovato piangente su un vicino ponte. Ora è in cura psichiatrica.
Ma non è la psichiatria a poterlo aiutare per davvero, se non per lenire sul momento la sua disperazione.

Ormai troppi maschi e troppi padri si trovano a vivere situazioni simili e non c’è da meravigliarsi se si lasciano andare a gesti estremi, contro se stessi o gli altri.
Esiste una vera emergenza sociale provocata dalla facilità con la quale un uomo ed un padre possono essere spossessati di tutto, affetti e beni materiali.

Quella che è stata definita con felice quanto triste espressione, la Fabbrica dei divorzi lavora a pieno ritmo. Non esiste crisi economica che tenga. Ma è anche l’ora di smetterla, una volta per tutte, di accusare i maschi di insensibilità e di volontà di potere sulle donne e sui figli. Quale insensibilità? Quella che li fa sentire annientati per non poter provvedere alla famiglia? Quale potere? Quello di essere sbattuti fuori dalla propria casa senza aver nessuna colpa se non quella di non piacere più a Lei? Quello di dover mendicare qualche ora coi figli? La verità è che è stata costruita una mostruosa macchina, culturale, mediatica e giuridica, fondata su una menzogna, quella del maschio oppressore, che si autoalimenta e si autoconferma quando qualche disperato, certamente fragile, certamente non giustificabile, perde la testa e si mette a sparare come a Reggio Emilia.

Di questi fatti portano la responsabilità anche tutti coloro, legislatori, giudici, Associazioni femminili, che quella macchina hanno contribuito a costruire considerando gli uomini in torto a prescindere, ma anche ingannando e deresponsabilizzando tante donne, facendo loro credere di potersi permettere tutto.

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Ultimissime

TENTA SUICIDIO, AGENTE-PSICOLOGO LO CONVINCE A DESISTERE

(AGI) - Brescia, 25 ott. - Era stato abbandonato dalla moglie e, la scorsa notte, aveva deciso di farla finita buttandosi da un ponte che sovrasta la tangenziale, all'altezza del casello autostradale di Brescia centro. Un automobilista ha pero' notato l'uomo - un bresciano di 26 anni - che aveva scavalcato il parapetto e stava sul ciglio della strada, cosi' ha chiamato il 113. Sul posto si sono precipitate quindi le Pantere della Volante, oltre ai Vigili del fuoco e al 118. Un agente, sfoderando doti da psicologo, si e' seduto accanto all'aspirante suicida, ha iniziato a parlargli e lo ha convinto a desistere.

lunedì, ottobre 22, 2007

Allarme Rosso Trevi. Arte e Censura.

Cecchini - fontana allarme rosso trevi.
"Se fossi stato io continuerei su questa strada, mettendo alla berlina alcuni personaggi, magari versando loro del liquido blu sulla testa". "Chi ha apprezzato il mio gesto è un grande. Tutti mi rifiutano sia a destra che a sinistra. Sono un uomo libero, un artista, un futurista". "Un’azione geniale non c’è alcun atto distruttivo, non c’è dolo, non è stato rovinato nulla. C’è solo un grandissimo rodimento di fondo schiena di molti. Se andiamo nelle periferie, a Centocelle, a Tor bella Monaca della Festa del cinema non gliene frega nulla a nessuno. Il rosso è un segnale di emergenza.

La Fontana di Trevi di rosso vestita l'ho trovata divina


Stop ai motori di ricerca
La Cina blocca da giorni i motori di ricerca americani Google, Yahoo! e Live, il motore di Microsoft, reindirizzando automaticamente gli utenti sul sito del motore cinese Baidu.

Stop alle pubblicazioni libere
Dice l'articolo 2 del testo di legge: "Per prodotto editoriale si intende qualsiasi prodotto contraddistinto da finalità di informazione, di formazione, di divulgazione, di intrattenimento,che sia destinato alla pubblicazione, quali che siano la forma nella quale esso è realizzato e il mezzo con il quale esso viene diffuso". in termini elementari significa che ogni blog dovrà essere registrato al R.O.C.

Stop al sito Italia.it
Molti denari pubblici sono stati buttati impegnati in Italia.it. Del totale di quelli previsti si parla di 35,9 milioni di euro effettivamente investiti. Un quadro aggravato anche dal fatto che, come ben sanno i lettori di Punto Informatico, mentre Italia.it veniva costruito, le Regioni, pur coinvolte in Italia.it, sviluppavano anche un Portale Interregionale che non solo non ha mai visto la luce ma, nonostante gli stanziamenti (13 milioni di euro), non sembra destinato a vederla mai.

Stop alla piu' grande azienda d'itaglia
La Mafia Spa si conferma la prima azienda italiana con un fatturato che tocca i 90 miliardi di euro, una cifra pari al 7% del Pil nazionale, pari a cinque manovre finanziarie e otto volte il "tesoretto"

Stop allo statomafia
stiamo rischiando di mettere in pericolo lo Stato di diritto, come giustamente hanno fatto e fanno osservare oramai molti autorevoli osservatori e la stragrande maggioranza dell'opinione pubblica.
Audio intervista a De Magistris

Stop alla spesa pubblica oltre 50% del PIL
Brussels, Oct 22 - Italy had the worst public accounts in the euro zone in 2006, according to Eurostat data on the deficit and public debt of member states last year. In 2006, deficit/GDP reached a record of 4.4 percent in Italy. Among euro currency countries, the second worst place went to Portugal (3.8 percent) and, much further off, were Greece and France with 2.5 percent. The comparison is not the best with regard to public debt, which was of 106.8 percent in Italy last year: the highest in the euro zone but also in the entire European Union. Next was Greece with 95.3 percent and Belgium with 88.2 percent. The most virtuous country in the euro zone is Finland, which had a surplus of 3.8 percent in 2006, while the best country in terms of public debt was Luxembourg, with 6.6 percent.

Stop al volo in Italia del Nord
The Italian civil aviation sector is among the most hit in these days by unrest and union protests. Shortly will begin, at 12:00am, lasting until 4:00pm, the strike of the flight controllers of ENAV, the Italian flight assistance society, adhering to to the UGL union. The same ENAV lets know however that the workers who belong to this union are not more than 3 percent of the total. Also today down their tools the flight personnel of Alitalia of the Cisal-Assovolo union, from 10:00am alle 6:00pm. And particularly heavy will be the situation at the airports in Lombardy of Linate and Malpensa, due to the general strike summoned for the air transportation for the entire region from 10:00am to 2:00pm.

domenica, ottobre 21, 2007

Colpirne uno per educarne cento.

due settimane fa, ad Annozero, avevo evocato Licio Gelli e il Piano di rinascita della P2 e me ne hanno dette di tutti i colori. In realtà, ero stato troppo ottimista. Ormai siamo oltre Gelli, oltre la P2. Siamo al golpe politico-giudiziario.
Per una volta, inseguire gli aspetti tecnico-giuridici della decisione del Procuratore generale di Catanzaro di strappare di mano l’inchiesta “Why Not” su Prodi, Mastella & C. al titolare, cioè al pm Luigi De Magistris, è inutile e fuorviante. Meglio andare subito alla sostanza, che è questa: il magistrato che aveva raccolto elementi sufficienti per indagare Mastella per abuso, truffa e finanziamento illecito, cioè riteneva di aver trovato i soldi, non potrà portare a termine la sua indagine, ormai in dirittura d’arrivo. Il fascicolo passerà a un altro magistrato, che impiegherà mesi per studiarsi tutti gli atti. E, se non vorrà fare la fine di De Magistris - attaccato da destra e da sinistra, difeso da nessuno, ispezionato per mesi e mesi, trascinato dinanzi al Csm, proposto per il trasferimento immediato e infine espropriato del suo lavoro - ascolterà l’amorevole consiglio che gli danno il governo e l’opposizione una volta tanto compatte: archiviare tutto, lasciar perdere, voltarsi dall’altra parte.
Checchè se ne dica, questa non è una questione privata fra De Magistris e Mastella. Questa è la soluzione finale dopo vent’anni di guerra della politica alla Giustizia. E’ il coronamento del sogno dei vari Gelli, Craxi e Berlusconi di fermare sul nascere le indagini sul potere. Gelli, Craxi e Berlusconi, nella loro ingenuità, pensavano che per farlo occorresse modificare la Costituzione, scrivendoci che la carriera dei pm è separata da quella dei giudici e che le procure devono obbedire al governo.
Mastella e chi gli sta dietro hanno capito che non occorre cambiare le norme: basta creare le condizioni di fatto perché tutto ciò accada. Appena un pm apre un fascicolo sugli amici di un ministro, se ne chiede il trasferimento (del pm, non del ministro). Anche se la richiesta non sta in piedi, non importa: quando il magistrato arriverà al sodo, salendo di livello dagli amici del ministro al ministro stesso, il ministro sosterrà che il pm lo fa perché ce l’ha con lui. E, col gioco delle tre carte, riuscirà a convincere qualche alto magistrato a scambiare le cause con gli effetti e a scippare l’indagine al pm per “incompatibilità”. Come se fosse il pm ad avercela col ministro, e non il ministro ad avercela col pm. Si chiama “guerra preventiva”, e non l’ha neppure inventata Mastella. L’aveva già teorizzata Mao: “Colpirne uno per educarne cento”. Funziona.”
Marco Travaglio

giovedì, ottobre 18, 2007

Evoluzione della famiglia immigrata.

Sembrerebbe che la sparatoria in tribunale non sia altro che l'esecuzione di una condanna, per chi aveva osato sfidare le leggi del Kanun. Infatti oltre al voler lasciare la propria famiglia, azione osteggiata dalle proprie figlie e praticamente dall'intera comunita' Albanese, potrebbe essere considerato "oltraggioso" il castello infamante di accuse e le modalita' con cui veniva aggredita la figura del padre.

Cose a cui oggi ormai gli italiani non danno peso. La calunnia e la diffamazione sono triste consuetudine dell'intera cultura italiana, dalle veline alla politica. Pero' un tempo anche da noi l'onore e l'onorabilita' erano la cosa piu' importante. Un tempo usava sfidarsi a duello quando la dignita' di una persona veniva infamata.

Ai nostri giorni, gli Albanesi sono ancora tra i pochi a tirare fuori il coltello o la pistola per uno sguardo di troppo, per due parole mal dette in un locale pubblico. Con relativa rappresaglia e mattanza a ripagare l'onore, una parola vuota nella nostra societa' liquida. Non per la loro.

Però attenzione a sottovalutare le trasformazioni delle donne immigrate, sia dal Maghreb che dai Balcani. Esse fanno una vera e propria sfilata quotidiana davanti agli uffici delle case popolari.
Tornano a più riprese: le si vede cambiare da una volta all'altra.

Appena immigrate giungono col marito: velo e sguardo basso; parla solo lui.
Tornano l'anno successivo per rinnovare l'istanza: il costo della vita li ha stritolati; lei ha lasciato perdere la cottura della pecora in casa ed è andata alla coop delle pulizie; sono tutte donne,
il marito è tranquillo. Ed è appunto lì l'inghippo: l'indottrinamento delle altre. Se poi ci aggiungiamo la frequentazione del Centro Famiglie (subdola scuola politica dei Servizi Sociali) per imparare l'italiano, il trend si fa a tinte fosche.

Non di rado al terzo anno vengono da separate. Via il velo. Lieve accento nel dialetto locale. Guardano il funzionario maschio dritto negli occhi: se e' affabile loro reagiscono sorridendo al limite della civetteria. Non ci saranno i pantaloni a vita bassa ma ci sono mille altri presupposti.
Qualche volta hanno già fatto il pellegrinaggio di rito alla Casa delle Donne: 2-3 mesi lì ed il punteggio per la casa popolare schizza alle stelle. Tutto pianificato.

mercoledì, ottobre 17, 2007

separazioni civili.

ANSA.it - SPARATORIA IN TRIBUNALE REGGIO EMILIA, 3 MORTI:

Una sparatoria è scoppiata all'interno del tribunale di Reggio Emilia. Nello scontro a fuoco sarebbero morte tre persone. Si tratterebbe, secondo le prime ricostruzioni, di un albanese, che avrebbe ucciso la moglie e colpito a morte un parente mentre erano in attesa in una sala per partecipare a un'udienza di separazione.

La sparatoria è avvenuta nell'aula delle separazioni civili del tribunale. Due avvocati (tra cui il legale che assisteva la donna) e un poliziotto sono rimasti feriti non gravemente.

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DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL'UOMO "indispensabile che i diritti dell'uomo siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l'uomo sia costretto a ricorrere come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l'oppressione"

(tratto da comunicazione condiviso)

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ERA IL PIU' AMOREVOLE E RESPONSABILE DEI PADRI -
LA MOGLIE, FREDDA ED ANAFFETTIVA, LO AVEVA ESASPERATO

Da Il Giornale di Reggio del 19 ottobre 2007

La sua vita è stata sconvolta da una tragedia tanto più grande di lei.
I parenti la attorniano e scoppiano a piangere. Lei, invece, parla con
una freddezza inimmaginabile per chiunque si trovasse al suo posto, in
quella situazione: tanto più per lei, una ragazzina di sedici anni.
Accoglie i parenti, giunti da tutt'Italia e parla con i giornalisti
della sua storia familiare: lucida e con una grinta da leonessa,
difende la figura del padre omicida. Accanto a lei e ai parenti
albanesi c'è anche il fratello di Clirim Fejzo, che li aiutava dagli
Stati Uniti: veglia su di lei e sulle sue parole, come ha fatto
nell'ultimo anno di difficoltà. Mentre siamo nella loro casa di via
Andreini 11, squilla il cellulare della ragazza. Sono le 14.30, arriva
un'altra drammatica notizia: anche la madre, ricoverata nel reparto di
Rianimazione dell'ospedale Santa Maria Nuova, non ce l'ha fatta. E'
stata dichiarata la morte cerebrale. E' lei stessa ad annunciarlo a
tutti: è la terza vittima di questa tragedia, dopo il padre, freddato
dall'agente di polizia, e lo zio Arjan Demcolli, fratello della
mamma.
Alla figlia, Tisjana Fejzo, si inumidiscono per un attimo gli occhi, e
c'è il tempo per un abbraccio con la cugina: ma le parole di dolore
sono tutte per suo padre, l'omicida che ha sconvolto la vita della sua
famiglia e un intero Paese, sotto i suoi occhi. Tisjana è cresciuta in
fretta: la sorte si è abbattuta su di lei, e sembra non aver paura. Ha
perso un anno di scuola all'istituto Levi-Scaruffi e ora sta lavorando
da Viola parrucchieri, a San Prospero. La sorella minore, di 12 anni,
è ora ospitata dalla Casa delle donne: sottratta allo strazio del via
vai dei parenti.
«Mio padre è sempre stato un uomo tranquillo e sereno: andava
d'accordo con tutti e per noi figlie ha fatto tantissimi sacrifici -
lo ricorda la figlia - a differenza di nostra madre: lei nell'ultimo
anno ci aveva abbandonato quattro volte. La prima volta era stata
ospitata dal fratello morto, la seconda era andata ancora da Arjan che
però non se la sentiva più di ospitarla, e così si era trasferita
dall'altro fratello Valmir. Poi è ritornata, ma poco dopo si è
trasferita di nuovo da Valmir. Mio padre la accettava sempre,
l'avrebbe sempre accettata. L'ultima volta, era l'11 novembre 2006, se
n'è andata per sempre».
Cosa può dire la figlia dei tormentati rapporti tra i genitori? «Sono
scoppiati quando mio padre le ha chiesto di tornare in Albania perché
sua sorella era morta. Lei non voleva affatto, e da allora non
facevano altro che litigare. Lui voleva ottenere la separazione in
Albania, dove ci sono alcuni beni di famiglia, lei non voleva e lo ha
minacciato più volte. Mia madre non aveva mai parlato con noi di ciò
che accadeva tra loro. Io le avevo detto di separarsi con le buone,
lei diceva "Vediamo". Non ho mai sentito mio padre minacciarla, e a
noi non ha mai fatto del male: per noi si faceva in quattro».
Le due figlie avevano chiesto di stare con il padre: «Sapevamo che
aveva ragione: faceva l'artigiano, ha fatto di tutto per non farci
mancare niente, mentre nostra madre parlava solo dei soldi che lui le
doveva - continua la maggiore - lui ha chiesto più volte aiuto alle
forze dell'ordine e ai servizi sociali, ma non l'hanno aiutato. Voleva
rivedere mia madre, sapevo che aveva chiesto degli incontri anche
tramite l'avvocato, ma non ha mai avuto risposta. Non ne poteva più».
La goccia tre giorni fa: «Mia madre è andata a prendere a scuola mia
sorella, ma mio padre non è stato avvisato: se l'è trovata davanti e
hanno litigato. Tre volte sono andata a trovarla alla Casa delle
donne, ma mi ha liquidata in poco tempo: l'ultima volta mi ha detto di
farmi la mia vita, mi trattava come se non fossi più sua figlia».
Fino al dramma in tribunale: «Mio padre era tranquillo, ero seduta
accanto a lui. Poi ricordo solo una scena: il poliziotto che ha
ricaricato la pistola. Mio padre ci ha fatto del bene, ed è scoppiato
perché non ne poteva più. Ha chiesto aiuto e non lo hanno ascoltato.
Nonostante tutto non posso dimenticarlo».
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R.Emilia, la storia di Klirim e Vjosa

La storia tra l'albanese che ha fatto fuoco al tribunale di Reggio Emilia e sua moglie era iniziata tanti anni fa. Klirim Fejzo e Vyosa Demcolli, infatti si conoscevano da bambini quando con i loro coetanei giocavano nelle stradine del piccolo paese di Sukth, ad una decina di chilometri da Durazzo. Divenuti adolescenti quell'amicizia si è trasformata in amore. E così i due si sono sposati, e insieme hanno tentato l'aventura in Italia.

Inizialmente sono andati a vivere in una casa che lui si è fatto costruire quasi attigua a quella della famiglia di lei. E sempre insieme una decina di anni fa si sono lasciati tentare dall'avventura italiana, dove vivevano tutti e quattro i fratelli di Vjosa. Quel sogno si è drammaticamente infranto nel palazzo di giustizia di Reggio Emilia nel giorno in cui la giustizia avrebbe dovuto sancire la fine di quell'amore. Dapprima incredulità, poi sgomento. Sono le reazioni di coloro che conoscevano bene Clirim, Vjosa e Arjan (il fratello della donna ucciso anch'egli a Reggio Emilia) nell'apprendere la notizia della tragedia giunta nel primo pomeriggio dall'Italia. Tre persone conosciute come grandi lavoratori, Clirim anche come ''un bravissimo ragazzo''.

A Sukth vive, sola, Dituri Demcolli, 57 anni, pensionata, la mamma di Vjosa e Arjan. Un parente, Servet Perfundi, le ha raccontato una pietosa bugia: ''Vjosa e Arjan sono rimasti feriti in circostanze non ancora ben chiare, e sono entrambi in ospedale". "Adesso - racconta al microfono di una televisione albanese, dove la strage di Reggio Emilia è in copertina così come nei media di tutto il Paese - bisognerà trovare il coraggio di dirle la verità". E poi - conclude Perfundi - dovremo aspettare l'arrivo delle salme e organizzare i funerali''.

Clirim Fejzo è stato a Sukth nello scorso agosto e ha dormito nella sua casa che non ha mai voluto affittare nonostante da dieci anni risiedesse in Italia. Era molto legato a quella piccola abitazione - affermano in paese - dove probabilmente cercava ancora di ritrovare l'essenza di un amore irrimediabilmente perso. ''Li conoscevo entrambi - dice con commozione Edison Maraje, ricordando Clirim e Vjosa - lui era una persona molto tranquilla, un bravissimo ragazzo che non ha mai fatto del male a nessuno. Chissà cosa gli è passato per la testa perché si armasse e facesse una strage".

http://www.tgcom.mediaset.it/cronaca/articoli/articolo384006.shtml

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Ha atteso l'arrivo in tribunale della moglie e delle due figlie. Appena entrate ha fatto fuoco almeno una trentina di volte, ha detto un testimone. Klirim Fejzo ha puntato l'arma alla testa della moglie, Vyosa Demcolli (ora in morte cerebrale al Santa Maria Nuova). Poi ha freddato il cognato, Arjan Demcolli, che aveva tentato di disarmarlo. E' questa la ricostruzione fatta dagli investigatori della sparatoria in tribunale di Reggio Emilia: l'uomo a quel punto ha fatto fuoco contro chi gli era intorno, compresi i suoi avvocati, ferendo due poliziotti, l'avvocatessa della coniuge e un'altra persona, non è ancora chiaro se un avvocato o un dipendente giudiziario. Poi
è stato ucciso appena varcata la soglia dell'aula dell'udienza per le separazioni civili. L'uomo, da una decina d'anni in Italia, da sette a Reggio Emilia, era considerato a rischio per storie di violenze e percosse in famiglia.

Per questi motivi la moglie da un anno era ospite della Casa delle Donne, gestita dall'associazione "Non da sola", di cui la sua legale, Giovanna Fava, è una dirigente. L'avvocatessa, ferita lievemente a una spalla, ha voluto lasciare l'ospedale per tornare a rendersi conto di ciò che è
successo in una sorta di storia di morte annunciata. Decine le persone che hanno assistito alla scena e hanno riportato choc. Sembra che il rapporto tra i due coniugi fosse ulteriormente deteriorato per la questione dell'affidamento delle figlie e che il motivo scatenante sia stata una
visita a sorpresa ieri a una di loro: l'uomo sarebbe andata a prenderla a scuola senza avvertire e ci sarebbe stato l'ennesimo alterco con la moglie.

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ASSOCIAZIONE NONDASOLA è nata nel 1995 per volontà di un gruppo di donne che, diverse per esperienze personali, culturali, politiche, hanno trovato forti motivazioni comuni ad approfondire la riflessione sulla violenza alle donne, sulle sue radici, sui modi di contrastarla.

La nostra lettura del fenomeno della violenza alle donne si fonda sul dato, registrato ormai da tutte le statistiche, che sono gli uomini ad agire la violenza contro le donne: la violenza è dunque violenza di genere

http://www.nondasola.it
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Contro la guerra di genere e contro tutte le violenze, serve educazione al controllo di se e sostegno quando esistono disagi. La violenza e' sempre da condannare, salvo per autodifesa.
Non si educa con la violenza, violando le emozioni si fa solo del male. Solo la forza dell'amore, l'aiuto e il dialogo curano la violenza. Non l'emarginazione e la radicalizzazione del conflitto, soprattutto quando viene stereotipato con schemi generalizzanti che si prestano a manipolazioni. Sono cose note da 2000 anni che non vanno dimenticate.
In questi casi ci vuole terapia intensiva e prevenzione. La giustizia non e' vendetta.
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IL FEMMINISMO FA BENE AI RAPPORTI DI COPPIA ROMA - Femminismo e romanticismo vanno d'accordo, tanto da rendere le donne che si definiscono tali le migliori candidate a rapporti di coppia stabili e appaganti. Lo ha dimostrato uno studio dell'università americana di Rutgers, pubblicato dalla rivista tedesca Sex Roles, secondo cui sia le donne che si autodefiniscono femministe sia i loro partner hanno relazioni migliori.
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BUON ASCOLTO AI BENPENSANTI